Forse solo l’Arte, malgrado tutti i pericoli a cui anch’essa va incontro, è capace di rivelare la presenza del Verbo immanente nell’uomo e di esprimere concretamente quanto è più congeniale all’artista: essere creatore e non solo generatore secondo le leggi di natura.
Il Cantico delle creature di San Francesco è per il santo, arrivato ormai cieco alla fine della vita terrena, la più profonda e straordinaria espressione di appartenenza al Creatore, il quale ha chiamato alla vita ogni cosa.
Un inno di lode non più nella lingua aulica dei classici, ma nel nuovo idioma che la gente conosce perché lo parla: l’italiano.
Nella sede centrale dell’Università Cattolica uno stimato pittore, Francesco Toniutti è stato invitato a dare corpo, a rendere sensibile il Cantico. Un azzardo non da poco, tale da fare tremare le vene e i polsi.
Otto tele ad olio, tutte (tranne una) eseguite per le celebrazioni della composizione del Cantico, datato fra il 1224 e 1225.
Il loro grande formato (cm 200×130) richiama la nascita del realismo dei quadroni di Gustave Courbet, che, tra il 1849 e il 1850, mette in scena, ne Il Funerale di Ornans la sepoltura di una persona qualunque trasformandola in un evento storico. Toniutti si avvale sì del grande formato, ma ognuna delle sue pitture è l’ ingrandimento di un particolare in cui vive il tutto.
Come Hans Urs Von Balthasar nel suo Il tutto nel frammento si interroga sul significato del tempo di fronte all’eternità, così Toniutti, nelle sue tele, si accorge della fragilità dell’umano, della sua intermittenza, insomma, proprio della sua frammentarietà.
Seguendo fedelmente le proposizioni del Cantico, Toniutti dipinge il radioso Sole che sprigiona luce, colore fra tracce dorate. Ne rivela una porzione che gli permette di esserne abbagliato più da vicino.
Una visione che mi ha subito ricordato l’esperienza di un famoso pittore americano, William Congdon, che, nel 1961, espone le sue opere negli spazi della Pro Civitate Christiana di Assisi, dove ha deciso di vivere da quando è avvenuta la sua conversione al cristianesimo nel 1959. Nel catalogo, che s’intitola Nel mio disco d’oro. Itinerario a Cristo di William Congdon, i testi sono di Jaques Maritain, Thomas Merton e Pia Bruzzichelli e le fotografie sono di Elio Ciol.
La copertina rappresenta un grande sole/ostensorio tra cielo e terra che riempie tutta la tela e trasmette immediatamente quella sacralità che San Francesco canta nel suo inno “… de Te, Altissimo, porta significazione”.
Accanto al Sole, Toniutti dipinge il cielo, la luna e le stelle, come San Francesco le nomina “clarite, preziose e belle”, immergendosi in una parte di blu dove galleggiano stelle palpitanti di luce. Un movimento che richiama alla mente una delle icone più famose della pittura occidentale, Notte stellata di Van Gogh (1889), con il suo cielo notturno turbinante e cosmico, quasi una danza che rivela la visione interiore profondamente spirituale dell’artista.
Seguono, nel Cantico, le strofe dedicate ai quattro elementi naturali che assicurano la vita ai viventi: aria, acqua, fuoco e terra. Sono gli elementi da cui già i filosofi greci facevano prendere le mosse la loro teoria di costituzione della materia.
Ed ecco la tela Aria, vento, nuvole, sereno, nella quale una catasta di nuvole in primo piano,ora scure, ora colorate, ora bianche, è attraversata dal vento. Il cielo è al tramonto, e le ombre delle montagne si allungano sul terreno che ha catturato i colori dell’aere.
Il secondo elemento, l’acqua, è rappresentato, nella tela, dalle rapide di una cascata. I salti dell’acqua accendono i bianchi della sua schiuma che illumina le rocce scure, eppure colorate dai riflessi dell’intorno.
All’acqua, che è “multo utile et humile, et pretiosa et casta”, segue il fuoco, che ha il potere di illuminare la notte e le sue lingue che escono dal buio sono sulla tela baldanzose e forti. Bruciano come la passione del santo e sciolgono lo stesso pigmento della pittura che sgocciola all’incontrario, dal sotto in su.
Vien poi la terra, ritagliata e ravvicinata in un pendio scosceso di montagna, nel momento di massimo rigoglio quando ogni tipo di fiore spontaneo in mezzo all’erba alta riempie la vista e il cuore della sua meravigliosa varietà.
Le ultime due tele sono le più ardue, quelle che hanno richiesto all’artista più prove ben sapendo la via dell’amore scelta da San Francesco che accetta “infirmitate e tribolazione”. Sono quelle del perdono e della morte.
Un uomo inginocchiato sopra un cumulo di macerie che figurano la miseria del peccatocompare nel dipinto che isola essenzialmente un gesto di accoglienza, quello del padre che avvolge e quasi nasconde il figlio nel suo abbraccio contro un cielo bianco e celeste che non finisce. È lo stesso gesto presente nella tela di Rembrandt nel Ritorno del figliol prodigo(1668), che conclude la parabola del celebre pittore olandese, coincidente con un momento per lui di grande tribolazione per la perdita dell’amata moglie e di alcuni dei suoi figli. Nel dipinto secentesco l’icona del perdono risplende di luce propria, quella della Grazia che fa uscire dal buio padre e figlio, divenuti unici protagonisti della scena. L’inno si conclude con la lode al Signore per “sora nostra Morte corporale da la quale nullo Homo vivente pò skampare”.
Il nostro pittore dipinge in controluce un corpo nudo, che è sospinto da una raggiera verso la luce. Le sue braccia sono aperte nell’attesa dell’incontro salvifico. Si tratta di un passaggio, che richiama alla mente la videoinstallazione di Bill Viola Ocean Without a Shore, presentata alla Biennale del 2007, a Venezia, nella piccola chiesa di San Gallo. Un trittico dove persone di ogni età attraversano una barriera d’acqua (il Battesimo?), nel passaggio fra vita e morte, dal bianco e nero al colore e viceversa.
L’uomo di Toniutti deve passare per una porta stretta che chiunque teme compreso il Santo Francesco che parla della “morte secunda” quella, cioè, che attiene al Giudizio. Se la porta è stretta, la luce è radiosa perché è quella della vita eterna. Un messaggio di grande portata che conferma la ragione dell’arte che è quella di fissare alla percezione dei sensi l’essere che passa nel concreto.
Cecilia De Carli
(Foto Marta Carenzi/Università Cattolica)

